
Primo colloquio
22 Maggio 2026Tutti, quest’estate, non abbiamo potuto fare a meno di accorgercene.
Le temperature molto alte, le notti difficili da dormire, la sensazione che il caldo non finisse mai. E forse, insieme al disagio, per qualcuno è arrivato anche un pensiero: sta davvero cambiando qualcosa? E cosa succederà nei prossimi anni?
Il cambiamento climatico non è certo una novità. Ne parliamo da tempo, così come da tempo conosciamo molte delle conseguenze che può avere sull’ambiente e sulla nostra vita. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa è cambiato: quella che un tempo poteva sembrare una questione lontana, globale, quasi astratta, è diventata sempre più concreta e vicina.
La crisi climatica entra nelle nostre giornate attraverso il caldo, la siccità, gli eventi meteorologici estremi, i paesaggi che cambiano. Ma può entrare anche nei nostri pensieri.
Ed è proprio qui che compare una parola che sentiamo sempre più spesso: ecoansia.
Che cos’è l’ecoansia?
Treccani la definisce come «la profonda sensazione di disagio e di paura» legata al pensiero ricorrente dei possibili disastri connessi al riscaldamento globale e ai suoi effetti sull’ambiente.
Il termine è relativamente recente, ma l’esperienza che descrive forse lo è meno.
L’ecoansia può comprendere preoccupazione, paura, tristezza, senso di colpa, impotenza. Può nascere dal timore per il futuro, dalla sensazione di non poter fare abbastanza o dalla difficoltà a immaginare come sarà il mondo tra qualche decennio.
È importante però fare una precisazione: l’ecoansia non è una diagnosi psicologica. La preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta non è, di per sé, qualcosa di patologico.
Anzi, avere paura davanti a una minaccia reale può essere una risposta comprensibile e persino utile. L’ansia, in fondo, ci segnala che qualcosa per noi è importante.
Il problema può nascere quando quella preoccupazione diventa così pervasiva da occupare molto spazio nella nostra vita, lasciandoci con la sensazione di essere continuamente in pericolo o, al contrario, completamente impotenti.
Quanto è diffusa?
Non è semplice dare un numero preciso alle persone che soffrono di ecoansia, anche perché non esiste ancora una definizione clinica unica e condivisa del fenomeno.
Alcune ricerche, però, ci aiutano a capire quanto sia presente la preoccupazione per il cambiamento climatico, soprattutto tra le generazioni più giovani.
Uno studio pubblicato nel 2021 su The Lancet Planetary Health ha coinvolto 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi. I risultati hanno mostrato livelli significativi di preoccupazione e ansia legati al cambiamento climatico: molti partecipanti hanno raccontato di sentirsi spaventati, tristi, arrabbiati o impotenti rispetto al futuro del pianeta.
Non sorprende, forse, che siano soprattutto i più giovani a interrogarsi su questo futuro.
Per chi ha davanti molti anni di vita, infatti, il cambiamento climatico non riguarda soltanto ciò che sta accadendo oggi. Riguarda anche il mondo in cui si vivrà domani.
E allora può diventare difficile progettare, fare scelte, immaginare un futuro.
Tra paura e impotenza
C’è un aspetto dell’ecoansia che trovo particolarmente interessante: la sensazione di essere troppo piccoli di fronte a un problema enorme.
Possiamo fare la raccolta differenziata, utilizzare meno l’automobile, ridurre gli sprechi, scegliere con maggiore attenzione ciò che acquistiamo. Possiamo informarci e provare a modificare alcune delle nostre abitudini.
Ma nessuna di queste azioni, presa singolarmente, può risolvere una crisi che riguarda l’intero pianeta.
E proprio qui può comparire una sensazione di impotenza: “Che senso ha quello che faccio io, se il problema è così grande?”
Forse, però, la domanda può essere spostata.
Non sempre possiamo chiederci se ciò che facciamo sia abbastanza.
Possiamo chiederci, piuttosto: che cosa posso fare io, oggi, con le possibilità che ho?
Dalla preoccupazione all’azione
Non si tratta di pensare positivo a tutti i costi, né di convincerci che tutto andrà bene.
Si tratta di trovare una posizione diversa rispetto a ciò che ci preoccupa.
Quando una situazione è troppo grande, può essere utile riportarla a una dimensione che possiamo abitare.
Possiamo cominciare dalle nostre azioni quotidiane, senza trasformarle in una lista di doveri o in un’altra occasione per sentirci in colpa.
Possiamo scegliere di consumare in modo più consapevole.
Possiamo camminare quando ne abbiamo la possibilità.
Possiamo prenderci cura di uno spazio verde, anche piccolo.
Possiamo parlare di questi temi con altre persone.
Possiamo partecipare a iniziative della nostra comunità.
Possiamo informarci, ma anche concederci di smettere di leggere notizie per qualche ora.
Perché anche questo è importante: non dobbiamo essere costantemente esposti al problema per dimostrare che ci importa.
Informarsi può essere utile. Essere continuamente immersi in notizie allarmanti, immagini e previsioni catastrofiche può invece aumentare la sensazione di minaccia e di impotenza.
Prendersi cura del proprio equilibrio non significa voltarsi dall’altra parte.
Non tutto dipende da noi
Forse una delle cose più difficili da accettare è proprio questa: non tutto dipende da noi.
Le scelte individuali hanno un valore, ma il cambiamento climatico richiede anche responsabilità collettive, politiche e istituzionali. Non possiamo trasformare ogni gesto quotidiano in una misura della nostra responsabilità personale verso il futuro del pianeta.
Non dobbiamo sentirci responsabili di risolvere da soli un problema che appartiene a tutti.
Possiamo però scegliere quale relazione avere con ciò che accade.
Possiamo lasciare che la preoccupazione ci immobilizzi oppure provare, quando possibile, a trasformarla in attenzione, cura, partecipazione.
E possiamo anche concederci di vivere.
Di uscire, incontrare qualcuno, andare al mare, stare in un parco, osservare un tramonto senza pensare contemporaneamente a quanto tempo ci resta.
Anche questo, in fondo, è un modo di prenderci cura di noi stessi e del mondo che ci circonda.
Partire da vicino
Forse l’ecoansia ci mette davanti a una domanda più ampia, che riguarda non soltanto il clima ma il nostro modo di stare nel mondo.
Quanto riusciamo a sentirci parte di ciò che ci circonda?
Quanto spazio lasciamo alla cura, alla relazione, alla natura, alla comunità?
E soprattutto: quanto riusciamo ad avere cura senza pretendere di controllare tutto?
Non possiamo sapere quale sarà il futuro del pianeta. Possiamo però scegliere, almeno in parte, come attraversare il presente.
A volte l’azione possibile non è quella che cambia il mondo.
È quella che ci permette di sentirci un po’ meno soli davanti a ciò che accade.
E forse è proprio da lì che può cominciare qualcosa: da un gesto piccolo, condiviso, concreto.
Non per smettere di avere paura.
Ma per fare in modo che la paura non sia l’unica cosa che possiamo fare.
